lunedì, settembre 01, 2014

Letture estive e non

Qualche mia lettura nella rubrica Lo scaffale di... su Fumettologica. Non sono consigli di lettura, però se vi va leggete e nel caso consigliate o condividete.
http://www.fumettologica.it/2014/09/lo-scaffale-di-otto-gabos/

domenica, agosto 17, 2014

Raccontino di Ferragosto. Vogliate gradire se vi va.

C'ESTI 'NA BASCA 'E MORRI
il periodo più brutto per mio padre coincideva con quello più bello per quasi tutti gli altri italici di città e di campagna. Le ferie d'agosto. Le odiava perché non sapeva che farsene, visto che noi non si andava mai da nessuna parte, perché "è sempre pieno di gente". Ci andiamo a settembre prometteva ma poi a settembre andavamo al porto a vedere le navi in partenza e anche in aeroporto a vedere gli aerei salire e scendere rombanti. Era un po' come viaggiare. Un viaggio o due l'abbiamo fatto pure noi ad agosto. A Roma che sembrava un forno. Una volta ci siamo spinti pure a Milano che faceva ancora più caldo. Era appena uscito un bel numero di Tex che mi sembra fosse finito in carcere. Per arrivare a Milano ci avevamo messo un bel po' in treno visto che all'altezza di Bologna si procedeva a passo d'uomo perché qualche giorno prima era esplosa la bomba e ci sembrava incredibile che una bomba avesse potuto fare un tale scempio d'estate quando la gente va in vacanza e il ricordo della guerra era ormai lontanissimo. Comunque in quei tanti agosti di ferie e di noia, mio padre indossava la divisa d'ordinanza che era poi una canottiera bianca e si metteva a suonare senza sosta curvo sulla fisarmonica con cui si esercitava in brani complicatissimi che lo facevano sudare. Diceva che erano pezzi "scabrosi" e riprendeva a studiare e riprovare. Mi ricordo Il Volo del Calabrone che era tra i più difficili ma anche La Gazza Ladra non scherzava. Invece quando si preparava per suonare al Forte Village cambiava repertorio e si orientava sui "ballabili". Cosa fossero questi ballabili lo ignoro. A me il ballo non piaceva perché i signori quando ballavano avevano sempre le facce serie assai poco divertite. Poi negli anni a venire, da piccolo comunista intransigente dicevo che erano cose decadenti e disimpegnate. Ma quando dicevo queste minchiate ero già un po' più grande. Ma una volta in gita scolastica a Palermo scoprii quanto era bello ballare Upside Down di Diana Ross scritta da Rodgers e Edwards, ossia gli Chic. Ovviamente da quella volta e per un bel po' di anni diventai un frequentatore appassionato delle discoteche.

Quando poi mio padre era fradicio ed esausto dalla sue prove alla fisarmonica, se ne stava accasciato sullo sgabello e mormorava schifato: - c'esti 'na basca 'e morri!
(per i non sardofoni: c'è un caldo da morire!). Allora si affacciava in balcone e rimirava soddisfatto il parcheggio intorno al mercato di San Benedetto desertico e con un'infinità di possibilità di combinazioni per piazzare la macchina. Il parcheggio a go-go era l'unica soddisfazione di quel mese di ferie indolente e infame, come definiva la vita mio padre. Agosto era il mese di tregua dalla lotta in prima linea con vigili, con quelli che uscivano dal mercato, quelli che arrivavano, quasi tutti sempre incazzati perché non si trovava mai posto subito e vicino all'entrata, perché poi le buste della spesa pesano.

In qualche altra memoria avrò già scritto della frase lapidaria che mio padre pronunciava solenne osservando quell'edificio basso, sgraziato e screziato di mattoni rossi chiamato comunemente il Mercato.
La ripeto per onor di cronoca. Diceva: -Ci vorrebbe una bomba. Pensa ai parcheggi che si potrebbero fare!

L'altra frase di cui invece finora non ho mai riferito era speciale, ermetica se vogliamo, o magari talmente chiara da far riflettere per un'intera esistenza di individuo, marito e padre.
In Sardegna come altrove è consuetudine sposarsi d'estate, specie ad agosto. Quasi tutti ai tempi si sposavano ad agosto. Era più pratico e il viaggio di nozze faceva pendant alle ferie.
Ed è altrettanto consuetudine che finita la cerimonia in chiesa o in comune (ma questo in tempi più moderni) si formasse un corteo di macchine strombazzanti che seguisse gli sposi fino al ristorante.
Mi piaceva sentire quegli allegri caroselli e mi sarebbe piaciuto unirmi a loro suonando anch'io il clacson. Mio padre aveva fatto montare da un ellettrauto suo amico dei clacson potentissimi con trombe polifoniche. Un piacere suonarle spingendo il cerchio cromato applicato sopra al volante foderato di pelle.
- Almeno si sentono bene, non come quelle schifezze che mettono nelle fiat.
sottolineava puntuale.
Capitava che al culmine della gioia e dello strombazzamento certi cortei nuziali passassero per via Tiziano proprio sotto al nostro balcone.
A quel punto mio padre usciva rapido e anche un po' alterato e urlava a sposi e corteo:
- O concali! O concalis!
Sappiate che nel sardo di Cagliari si usa la O vocativa a inizio di frase e pure di nome e che concali tra i suoi vari significati oltre a pitale significa anche fesso, imbecille. Insomma un insulto a bassa intensità.
Io ridevo di gusto senza capire perché mai gli sposi e gli altri fossero concali e soprattutto perché dovesse essere proprio mio padre a farlo notare a tutti loro.
Nel tempo ho fatto diverse riflessioni su questa modalità. Riflessioni postume che non ho mai potuto esporre a mio padre perché era già morto. Certe erano amare, molto amare, altre tenere, tutte però venate da una profonda inquietudine esistenziale di una vita presa in prestito.
E allora quando andavamo in giro in macchina in certe domeniche pomeriggio particolarmente noiose, per poi dirigerci inesorabilmente verso la gelateria del Margine Rosso battezzata con un nome esotico come Trocadero e con una barista bella e sorridente ero felice perché nel suo piccolo anche quello era un viaggio, le ferie come le viveva a suo modo mio padre.
Gli chiedevo di aumentare il volume dell'autoradio quando andava in onda Supersonic con Gigi Marziani e se capitava anche una bella canzone era davvero il massimo.

Ferragosto 2014

p.s. come sempre scritto di getto e pieno di strafalcioni. Come spesso ancora senza un titolo definitivo. Una versione più ragionata apparirà prima o poi in una raccolta di racconti, anche illustrati, dedicati alla mia Cagliari.

domenica, maggio 25, 2014

La meta di Shalimar Koglia

Mentre continuo a cercare di capire, di relazionarmi e auspicabilmente di domare questo blocco di carta modesta continuando a disegnare, mi sforzo a rendere in qualche modo compiuti i miei bozzetti o sketch. Di solito lavoro su frammenti, corpi indefiniti o monchi di qualcosa, diversi momenti che si intersecano. Insomma l'officina del provvisorio. Ho visto certi sketchbook di bravi disegnatori, ordinati, compatti dove ogni pagina era un disegno finito. Li ho ammirati e non solo per la perizia ma soprattutto per metodo e costanza. Averne fatti già due nel giro di qualche giorno lo posso considerare se non un record un viatico. Che poi disegnare in un blocco con metodo abbia un senso è un altro discorso su cui rifletterò in seguito. Comunque sia eccolo qui, Shalimar Koglia. Chi ha letto Esperanto forse se lo ricorderà. Truffatore, avventuriero, biscazziere, giocatore d'azzardo, filosofo e mistico lieve è alla base e artefice di un mondo distopico regolato dal gioco e dalle scommesse. Ai numerosi lettori che mi hanno chiesto di un possibile secondo volume della serie rispondo che al momento non dipende solo da, però se mai dovesse esserci un secondo volume non si tratterebbe di un seguito ma di un inizio, proprio con Shalimar Koglia, abbastanza giovane che ha appena varcato gli altipiani aspri dell'Albania sfuggendo alla cattura dei giannizzeri. Non sa ancora come ma è certo di raggiungere la lontanissima Armenia, scalarne le montagne e poi scendere lento ma inarrestabile verso il grande mare interno dove l'acqua brucia in roghi perenni. La sua metà è il Caspio, voragine di petrolio.

mercoledì, maggio 21, 2014

Ritratto di un giovin signore


Più o meno è andata così. Stavo ascoltando Morning Phase di Beck. Stavo inchiostrando una tavola e poi ho visto un blocco da disegno di carta leggera e adatta a quasi niente e ho voluto testarlo con matita, pennarello e acquerello. Sulla scrivania c'era anche un volume di Corto Maltese. C'erano anche altri volumi sulla scrivania, però quello di Pratt era proprio sul primo strato. Mi sono messo a disegnare così a caso mentre continuavo ad ascoltare l'ultimo Beck, che per inciso è un album molto bello anche se qualcuno quando è uscito che pioveva sempre aveva detto che era roba da tagliarsi le vene, e così per caso continuava a insinuarsi in testa il termine Giovin Signore. E allora si è fatto avanti questo ragazzotto in peacoat e sciarpa con ciuffo britannico al vento. E già che c'ero ho pensato anche al gran tour e pure agli elmetti dei prussiani. Nel mentre è finito Beck e me lo sono riascoltato anche quando cercavo di domare con il phon le pieghe indelebili dell'acqua sul foglio modesto che si era imbarcato fino a quasi naufragare. In qualche modo l'ho salvato e quelle pieghe irrimediabili sono diventate pure delle texture interessanti. Ora che ho testato questo nuovo blocco da schizzi e l'ho pure condiviso qui su Fb e pure su Radioherzberg dove non è passi molta gente torno a inchiostrare placato nell'animo.

Il Giovin Signore, pennarello, acquerello su carta leggera e molto modesta, fx, maggio 2014.


lunedì, maggio 19, 2014


IL BASILICO DELLA PATAGONIA

Stamattina non c'era latte a casa. Scendo dal bengalese all'angolo e già che ci sono ho la missione anche per comprare delle uova. Una confezione da 10 e una da 6. Entro nel negozio e chiedo dove sono le uova, vedo che ci sono solo confezioni da 6 e allora chiamo a casa perché poi non voglio tornare una seconda volta qui al negozio perché ho comprato troppe o poche uova. Mentre faccio il numero di casa c'è questo tizio che va avanti e indietro nel negozio con un vaso con dentro una pianta di menta. Cosa euro 1.49. Parla della menta ma dice che è basilico. Parla a voce molto alta e si rivolge al gestore bengalese che è un tipo che non parla molto, lavora molto e si fa i fatti suoi. Il tizio, che a guardarlo bene sembra uno di quelli della Bologna bene vestito casual ma firmato, decanta il profumo del basilico. Chiama menta basilico e dice che il basilico l'hanno importato in Italia gli antichi romani dalla Turchia. Sbatte sotto al nase del bengalese il vaso fragrante e poi già che c'è anche sotto al mio che nel mentre sto parlando al telefono con mia moglie per chiederle a proposito delle uova. Buon profumo, la menta ha un buon profumo. Dico io. Uè, biondo ma che cazzo, dici? ci fai o ci sei,? cosa ti sei pippato stamattina? hai detto menta, guarda che questo è basilico, dico basilico! sai da dove viene il basilico? l'hai appena detto viene dall'Anatolia. Dalla Turchia ho detto che viene? Ma allora mi prendi in giro, è menta o basilico? hai voglia di far polemica? Ma no, non sono esperto di piante, sarà una nuova varietà di basilico. è basilico ti dico, l'hanno importato i romani perché erano dei geni loro, stavano in un posto piccolo e del cazzo come l'Italia che però poi avevano tutto. Grandi i romani. E poi adesso i rimani che stanno stanno a Roma tengono il Colosseo chiuso. Ma tu che hai detto che vieni dal Bangladesh sai cos'è il Colosseo? Come hai detto? Allora lo sai o non cos'è il Colosseo? ecco lo vedo non sanno un cazzo questi. tu che sei intelligente hai visto quel film? quello nuovo molto bello? Quale film? Cos'è non vai mai su cineblog? No. Male, vacci subito e comunque il Colosseo dovrebbero aprirlo. Sì. Intanto il signore bengalese non mi fa lo scontrino. Ha paura e cerca alleati. Io mi metto vicino a lui dall'altra parte e parliamo del Colosseo. Il tizio con la menta trasmutata in basilico ora sposta il tiro a New York. Sai qual è il monumento che hanno che avrà cent'anni e ha sempre fila e fanno un pacco di soldi? Ma ci sei stato in America, eh biondo? Sì. Molto bene lo dicevo io che tu sei intelligente. e tu Bangladesh sai come chiamavano Roma? No, eh?, non sapete proprio un cazzo voi. Roma era capo de mondi, capì? Non capisco. ehi, biondo ma ci devi fare con tutte quelle uova? la frittata. Ah buona la frittata, però le uova fanno male. Ma quindi questa pianta per te è menta o basilico? Per me, biondo è basilico e tu non mi prendi in giro, no? Sai da dove viene il basilico? sì dalla Turchia. Ma dalla Turchia dove? Forse dalla costa. Dalla Patagonia, viene dalla Patagonia! ma che dici? la Patagonia è in Sudamerica. Ho pagato, infilato il resto in tasca e mi sto allontanando il più veloce possibile. Con quello che continua a parlare del basilico con gli occhi di fuori, molto ma molto su di giri. Si allontana anche lui. Ma non era pazzo, era solo molto schizzato, effervescente direi. La discussione poteva anche degenerare, poteva scatenare una rissa. Potevano volare pugni. Come in quei drugstore dove poi si sparano ed entra il poliziotto e si becca una pallottola nello stomaco pure lui. E non è che uno guarda troppi film, è che le tragedie accadono per motivi del cavolo come una pianta di menta o basilico, come il latte che manca a casa e che dovrebbe essere comprato di sabato. Quando torno a casa mentre cerco di raccontare a mia moglie del basilico lei mi dice che non dovevo prendere quel latte con scritto più giorni e io per poco non la mando a quel paese e mi metto fuori in balcone a guardare di sotto i vecchietti che escono con il cane o sfogliano il Carlino e poi a colazione parliamo di quanto sia caduca la vita e l'esistenza tutta e che non ci vuole mica molto a trasformarla in farsa che diventa tragedia per una cazzata come il latte che è finito e il basilico che tra l'altro nella frittata ci sta molto bene. Dopo scendo di nuovo dal bengalese e gli chiedo se dietro alla cassa ha qualcosa per difendersi. Che so una mazza da cricket, lo spray al peperoncino. Gli dirò anche di vendere cactus e non menta. Nessuno confonde i cactus con la menta o il basilico. Forse.
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lunedì, aprile 14, 2014

Archivi Gabos. Il Maresciallo Satrapo Von Trotta

Costui di nascita alpina ma prussiano di rango aveva perso in gioventù, durante la presa di Parigi la sua mano destra, sostituita ora con un comodo uncino di acciaio nipponico. 

Disegnino realizzato a biro durante il bell'incontro con Rita Brugnara in sala Arcangeli, Pinacoteca di Bologna. 10 aprile 2014.

sabato, marzo 29, 2014


Archivi Gabos.
Trittico Miranda per segnalibro. Pastello e carboncino su carta, fx, 2014.
La storia è in cantiere, sarà messa in produzione nel 2015. Per ora ogni tanto qualche assaggio.

mercoledì, marzo 26, 2014

 Cop shoot cop

Archivi Gabos.
Studio per "La giustizia siamo noi", scritto da Pino Cacucci, edito da Rizzoli, 2011.
Matita, china, acquerello su cartoncino, fx.



martedì, marzo 25, 2014

Dagli Archivi Gabos. 
Abbastanza noia, matita, china diluita, fx su carta, anno 2012 circa.


domenica, marzo 16, 2014


Prove di faccia a china

Domenica multitasking. Ho squadrato i fogli pensando allo storyboard che sto per intraprendere. Il momento più bello, quello di totale comunione con il flusso narrativo che da caotico si deve fare ordinato e fluido. Forse, anzi di sicuro il ragazzino protagonista di questa storia finirà svenuto a terra, sull'asfalto. Poi penso all'altra storia che si fa corpo su carta. Mi appassiona scoprire come definire le matite con questi tentativi ancora approssimativi a china. Perché di scoperta si tratta. Il progetto creativo si scontra e si fonde con ciò che la mano sa fare. Comunque sarà un segno robusto e sintetico e nero rabbioso su una bella carta robusta leggermente ruvida abituata a sopportare maltrattamenti e cambi di umore in corsa. Intorno alle facce compaiono anche i nomi che verranno. I loro ruoli si riveleranno pian piano.

mercoledì, marzo 12, 2014

Lo spartito del disegno

Questo è il momento che preferisco quando compongo una storia. Quando sei dentro, immerso con eventi, luoghi e persone. Ti muovi come loro, diventi loro. La matita rabbiosa su carta povera e poi i primi approcci con il colore appena abbozzati. Come provare al 
piano o alla chitarra gli accordi per una nuova canzone.

Matite tratte da L'illusione della terraferma, Prossima pubblicazione Rizzoli-Lizard.


domenica, marzo 09, 2014

Ineluttabilmente noi

Nell'immagine: Livia Dossi e Luciano Parmes sul palco a ricevere gli applausi per quello che sarà il loro ultimo concerto. Circa un'ora dopo saranno arrestati con l'accusa di spionaggio e cospirazione e tradotti in carcere. Saranno fucilati la mattina del 18 maggio 1944. Si dice che di fronte al ristretto plotone d'esecuzione cantassero insieme il refrain di 
"Ineluttabilmente noi", uno dei loro grandi successi.

sabato, marzo 08, 2014


Gabos Vintage Collection.

Notte insonne. Mia figlia si è svegliata e non ne vuol sapere di tornare a letto. Nemmeno i teletubbies hanno potuto ipnotizzarla. E allora piuttosto che addormentarmi io sul divano mi sono messo a finire un disegno iniziato su carta qualche giorno fa ma lasciato in sospeso a mente da circa trent'anni. Quando ero ragazzo e volevo conquistare il mondo con una serie bellissima ispirata alla vita avventurosa e molto inventata di mio bisnonno Enrico. Per esigenze poetiche gli avevo messo il cognome di mia nonna ed era diventato Enrico Fiorenza. Volevo raccontare dei suoi viaggi, delle sue imprese in Etiopia e del suo commercio di tulipani, dei suoi amori e della ricerca di un amico disperso nella savana e ridotto in fin di vita da attacchi violenti e pertinaci di febbri maltesi. Tra il 1983 3 e l'anno seguito avevo disegnato in totale trance entusiastica circa una trentina di tavole che portai alla prima Lucca Comics della mia vita. Le msotrai a Fulvia Serra allora direttrice di Alter Alter e poi anche a Vincenzo Sparagna direttore di Frigidaire. La storia non uscì mai ma qualche anno dopo degli episodi slegati dal progetto apparvero prima su Tempi Supplementari e poi proprio su Frigidaire. Tutto finì travolto dal tempo e da altre urgenze dei vent'anni. Ogni tanto però ci pensavo al bisnonno Enrico. Avrei voluto raccogliere del materiale, appunti, ricerche, magari un viaggio in Etiopia dove Enrico aveva avuto un figlio. Pare si chiamasse Giovanni. C'era tanto da fare e mai tempo per farlo. Poi comicinciai a chiedere notizie alla filgia di Enrico ormai novantenne, stremata dalla vita eppure così attaccata ed entusiasta. Qualche chiacchiera in un letto d'ospedale, qualche sorriso, un abbraccio che sapevamo come ultimo e zia Maria se n'è andata ed Enrico è rimasto lì sui miei fogli ad aspettare.
Forse ci voleva una bella mostra del fine settimana scorso, il ritrovamento dei pastelli colorati Derwent e una bambina insonne a farmi riprendere, anche magari solo per un attimo, un dicorso interotto, un filo da riannodare, il piacere della matita sul foglio, lo sforzo gioioso di incontrare un me stesso di un mondo parallelo dove la serie di Sudori d'Africa è ormai arrivata al quattordicesimo volume. E così eccoci qua, l'immagine è finita e la condivido con chi è ancora sveglio a quest'ora assurda della notte con i Teletubbies.


lunedì, marzo 03, 2014

Grandi occhi profughi bambini

In anteprima un dettaglio di un'illustrazione realizzata per una campagna di sensibilizzazione riguardo i centri di accoglienza di profughi e migranti di Lampedusa.
Gli occhi raccontano e quasi mai non hanno bisogno di parole.

lunedì, febbraio 24, 2014

ROMEO NON RIDE

Di sogni e incubi da quaderno, di cose di altri tempi e di cose di questi tempi che sembrano comunque fantascienza, di chi è diversamente allegro.
Prossimamente qui. Forse.

sabato, febbraio 22, 2014

Silvan Silva
Ieri sera a un certo punto sono arrivato a rai1 a Sanremo quando fazio stava annunciando un ennesimo ospite eccezionale, ossia il mago Silvan, che ovviamente tutti i giovani sotto i sessant'anni conosceranno. Ho cambiato subito senza nemmeno aspettare apparisse sul palcoscenico. Poi ieri notte a un certo punto ho sognato il mago Silvan che sembrava molto vecchio, solcato di rughe come un campo di barbabietole e anche raggrinzito come un fico secco. Il mago Silvan alle mie richieste di farmi un gioco di prestigio dice che non ha voglia e che voleva stare seduto sulla poltrona di mia madre, meglio se con un bel plaid sulle ginocchia. Mentre glielo sistemo per bene non posso non fargli i complimenti per il suo bellissimo smoking bianco con i revers di raso nero e il papillon di paillettes. Lui abbozza un sorriso tirato e accenna una carezza tremolante. In quel preciso istante mi accorgo quando il mago Silvan del mio sogno somigli a Henry Silva che i giovani sotto i senssant'anni ricorderanno come il cattivo di film polizieschi che non aveva mai un'espressione che una, nemmeno quella di default da foto degli album dei calciatori. Il mago Silvan era Henry Silva e abbiamo passato il resto del sogno a parlare se fosse meglio fare un inseguimento con un'alfa romeo Giulia o lo squalo DS. Non mi ricordo cosa mi abbia risposto. Forse è sparito e basta.

giovedì, febbraio 20, 2014


L'arpìa maschio o  meglio l'arpìo.

Esercitare una propensione innata al multitasking mettendo a prova disegni istintivi durante l'ascolto di un intervento durante una riunione di lavoro è una delle pratiche più interessanti legate al processo creativo.In questo caso l'arpia maschio o meglio l'arpìo offre sviluppi impensabili per un suo impiego in un futuro contesto narrativo. Potrebbe anche interpretare uno de "Gli amici di Romeo", che so il tabaccaio anziano di una vecchiaia indefinibile, ingobbito e protetto dal suo grembiulino nero in tessuto sintetico. L'arpio non ti regala mai le cingomme con il dollaro di Paperone e lesina anche sulle 5 lire che sommate a tante altre 5 lire fanno un bel gruzzolo. L'arpìo di notte in terra di sogno indossa ali di piume e gracchia raschiando le zampe ungulate sul vetro ghiacciato della finestra di camera tua. Non vuole nemmeno entrare, ti fa sapere semplicemente che è proprio là fuori.Brano tratto da "Gli amici di Romeo" di Otto Gabos, 2016.pennarello su agenda moleskine.

mercoledì, febbraio 19, 2014

Il valido Dr. Strosser Procoli


Il valido Dr. Strosser Procoli dovrebbe essere uno psicoterapeuta perfetto. Ascolta sempre e non parla mai. Ogni tanto gli rotola per terra un occhio di vetro o addirittura gli scivola via la dentiera che poi non è proprio una dentiera ma una mezzaluna di cartone che ride. Il vero problema è tenere il corpo ritto ben fermo e aderente alla spalliera della sedia. Romeo ha provato di tutto, o almeno con gli strumenti che è in grado di usare, molto pochi per la verità, visto che un bambino di dieci anni a maggio non è che abbia così tanta manualità. Per giunta non ha mai letto né il Manuale del trapper né Il Manuale delle Giovani Marmotte e odia gli scout perché hanno il fazzoletto al collo senza essere cowboys. Così, non riuscendo a tenerlo ritto con il nastro colorato da regalo, a Romeo non è restato altro che incollare con il vinavil la schiena del valido Dr. Strosser Procoli alla sedia sarda con il fondo di paglia e l'anima in legno con i merletti scolpiti a pialla. Una bella sedia sarda rossa a cui ha abbinato un bel plaid fantasia che copre le gambe d'ombrello del dottore che calzano, a seconda dei giorni e del tempo, ora stivaletti con la zeppa della mamma e ora pantofole di feltro a scacchi con la zip anteriore della nonna. Insomma a parte gli occhi che rotolano e tutto il resto che cade comunque è bello parlare con il Dr. Strosser Procolo.

Brano tratto da "Gli amici di Romeo", Otto Gabos 2016.Pennarello su agenda moleskine.

venerdì, dicembre 27, 2013

HAPPY XMAS 2013!
Meglio tardi che mai.

lunedì, dicembre 23, 2013


L'ALTRO POSTO


Sono al telefono con un mio collega che mi racconta di aver appena perso un dente. Gli è caduto mentre mangiava della frutta secca. Mandorle o noci, non mi ricordo bene. Dice che gli fa un gran male la gengiva. se tocca con la lingua sente ancora la carne viva. Per istinto anch'io mando in ispezione la punta della mia lingua verso l'alveo gengivale dove dovrebbe esserci il premolare inferiore sinistro. Non c'è. Al suo posto c'è un buco. Il dente l'ho perso io e sono io che sto raccontando come l'ho perso al mio collega al telefono. Il dente è sulla scrivania legato a un cordoncino di spago da cui pende un cartellino che non riesco a leggere da quanto è scritto in piccolo. Non è possibile che abbia perso un dente, una cosa davvero brutta e soprattutto non so quando sia successo. Forse qualche attimo prima. Sono infastidito e pure disperato perché comunque il premolare è visibile quando si parla e si sorride e il varco che si è venuto a creare è antiestetico. Abbandono la conversazione e mi guardo allo specchio. Scruto ma non vedo niente. I denti sembrano al loro posto, ma la lingua continua a penetrare nell'alveo ora sguarnito. Non riesco a capacitarmi del fatto e mi siedo sul bordo del letto. Mio figlio mi vede sconsolato e si siede anche lui vicino. Stiamo in silenzio. Come succede a volte quando si è attoniti, giù di morale o stati d'animo simili guardo per terra, guardo una mattonella a caso, uguale alle altre ma che in casi di debolezza diventa il fulcro dell'esistenza. Poi comincio a vedere le targhe. Targhe di auto di cui non riconosco la provenienza. Sono tante targhe che mi scorrono veloci davanti agli occhi. Corrono come se fossero loro le auto. Alle targhe poi si aggiungono i luoghi. Posti qualsiasi, come autogrill, pezzi di strade, ingressi di negozi, supermarket, persone che parlano, si muovono. Non conosco nessuno ma vedo tutto. è un flusso continuo veloce come un flash forward, fuggono in prospettiva come i titoli di Star Wars. Chiedo a mio figlio se vede anche lui le stesse cose. Costernato dice che per terra ci sono solo le mattonelle. Guarda bene, ripeto e gli racconto nei dettagli cosa sto vedendo. Lui ribadisce che ci sono le mattonelle. è impossibile. Sostengo. Sei tue che mi prendi in giro. E allora mi alzo e vado alla finestra. E anche fuori della finestra è lo stesso. Ancora targhe, denti, persone che vanno, aut che vengono, code di fronte ai negozi. C'è anche qualche cinese, o altri che mi sembrano assolutamente brasiliani. Mio figlio fuori della finestra vede il solito palazzo di mattoni e i rami alti degli ippocastani senza foglie o con foglie secche residuo d'autunno. inizio a intuire che c'è qualcosa che non va. Forse sto impazzendo o sono sbagliato. Forse ho problemi alla vista.Comincio a mormorare. Mi lascio sfuggire che è un altro posto. Poi più passa il tempo e più mormoro, fino a quando lo dico a voce alta. è un altro posto, è un altro posto. e mi giro intorno. Poi lo ammetto e lo urlo forte: - è l'altro posto!- dove "altro" diventa all'improvviso rivelatore e sinistro.
sono in piedi e mi rassegno all'arrivo dell'altro posto.
Non so però quale sia. magari è solo più bello.

Sogno raccolto alle 7 del mattino di lunedì 23 dicembre 2013.