Mi sono appena arrivate delle nuove penne giapponesi progettati appositamente per l'inchiostrazione. La curiosità di provarle su diversi tipi di carta, oltre che necessità professionale, è soprattutto momento ludico e di esploarazione. E allora si deisgna a caso, quello che nemmeno ti passa per la mente. Frammenti di volti, pezzi di case, alberi, un commissario Marmo. Poi arriva lei in un altro ritaglio di cartoncino liscio, che per la cronaca è la superficie dove queste penne giapponesi si esprimono al meglio, e prnde forma quasi subito. Da sola. Mentre disegnavo i capelli sapevo già che Marmo l'avrebbe incontrata durante la guerra di Spagna. Lavora in un bordello con poche illusioni sulla vita e sul futuro. Avrebbero parlato per un'intera notte e lei il giorno dopo forse avrebbe cambiato colore ai capelli abbandonando quello stupido rosso fiamma che ostentava come un marchio ineluttabile di ciò che era. Mi sono avventurato con le ecoline rosso scarlatto per testare al tenuta impermeabile dell'inchiostro, che funziona bene, e al rosso ho aggiunto un po' di nero a pennello. Quando sono passato alle rifiniture a pastello mi è venuto in mente anche il nome di questa donna nemmeno giovanissima. Un nome bizzarro per una donna che avevo incontrato tanti anni fa. Si chiama Stefana. Un nome duro dato da un impiegato dell'anagrafe ubriaco o in vena di scherzi grevi. Poi quasi a scusarsi ha aggiunto Pilar a Stefana. Ma lei, questa falsa rossa di una lontana città dei Paesi baschi massacrati e bombardati sarà per tutti solo Stefana.
sabato, febbraio 07, 2015
martedì, gennaio 27, 2015
Pietro, Marmo e Bonaria
Pietro è un bambino senza padre. Crede che sia partito a combattere nella guerra dìEtiopia e aspetta che ritorni carico di medaglie e storie d'avventura da raccontargli. Sua madre Bonaria non ha avuto il coraggio di dirgli che invece è morto in incidente nella miniera di Serbariu dove lavorava come minatore. Bonaria, vedova silenziosa e austera di una bellezza nascosta ha affittato a pensione una stanza ammobiliata al commissario Marmo che si è affezionato a questo bambino ipercinetico, cresciuto nel mito dell'epopea di conquista e affetto da una sindrome progressiva alla vista, forse un glaucoma. Un giorno non lontano Pietro potrebbe diventare cieco. Ma anche di questo nessuno ha il coraggio di raccontaglierlo.
lunedì, gennaio 19, 2015
Dall'idea alla copertina.
Quasi sempre in un libro le copertine si fanno prima del libro, o comunque mentre il libro è ancora in corso. Questioni di macchina organizzativa e promozionale che si deve attivare in netto anticipo rispetto alla distribuzione. Nelle miglior mondo possibile è bello pensare alla copertina come atto conclusivo, come summa di un lavoro cresciuto nei mesi, il tassello fondamentale che dà il senso al tutto. Questo è il bozzetto di Marmo che forse andrà in copertina. Il resto a colori è solo un giochino che ho fatto ricordando le stampe
con retino sgranato dei vecchi fumetti.
venerdì, gennaio 09, 2015
Con le braccia catturo le onde
Mentre disegnavo questa tavola ho capito parecchie cose. Per esempio che, per quanto si possa progettare in linea teorica un segno con anche diverse messe a punto sul campo, quando poi si va a disegnar sul serio, la mano va nella direzione che ha deciso lei. Va nella direzione del racconto, perché è il racconto che ti cattura e detta il tempo. Disegni pensando alla storia, all'atmosfera e allora certe idee, anche presuntuose decadono.
Di fatto L'illusione della terraferma si sta definendo da solo. Il ruolo della matita, che all'inizio del progetto era stato collocato nei segmenti di flashback romani, etiopi e delle guerra di Spagna, si stanno espandendo. In maniera molto naturale direi. L'approccio misto, molto emotivo riaffiora a tratti con prepotenza com'è successo in diversi altri miei lavori del passato. Che lo voglia o no Gabos è anche questo. Devo straniarmi un attimo e vedermi dall'esterno. Capirmi e lasciarmi andare.
Mi sono anche divertito a inventare un tatuaggio marinaro con tanto di motto a sostegno. Una piovra monocola con sotto una scritta su pergamena che recita: "Con le braccia catturo le onde". Ho cercato un po' in giro e non ne ho trovato di simili. Mi sembra plausibile e allora l'ho lasciato. Questa che vedete è la tavola nella versione di studio, come quasi tutte le altre che ho postato. Se non cambio il montaggio in fase di revisione dovrebbe essere pagina 34.
martedì, gennaio 06, 2015
In occasione dell'Epifania vi offro in anteprima assoluta il primo capitolo di un romanzo che stiamo scrivendo in coppia Menotti e il sottoscritto.
IL PAESE SENZA BAMBINI è un romanzo gotico contemporaneo ambientato alla fine degli anni '50 quando l'Italia stava passando da un sistema sociale a trazione contadina a un altro fondato sull'industrializzazione. La storia è ambientata tra le valli di Comacchio e il delta del Po e la protagonista è Teresa una giovane maestra elementare al suo primo incarico come insegnante di ruolo. Non sarà facile.
Gabos e Menotti
Il paese senza bambini
romanzo
Interludio
Respira, pensa a respirare. E non dimenticarti di continuare a respirare. Affanni con il muco che ti cola sulle labbra che sanno di fango. Sudore, lacrime, muco e di nuovo sudore sui vestiti strappati sulla pelle graffiata. Sei tutta un graffio senti la carne che pulsa di sangue e anche il muco diventa sangue e piangi e non piangi più. Respira, continua a respirare, esatto brava pensa sempre a respirare e adesso pensa anche a scavare. Scava e respira. Un gesto unico, un movimento sincronico come nuotare perché tu sai nuotare, l’hai imparato presto sugli argini dove il fiume si annulla e diventa mare. Scava e respira, coraggio. Non senti più le mani. Le dita se ne sono andate, risucchiate dalla terra umida. Prima ancora sono state le unghie ad andarsene rosicchiate da pezzi di sasso pezzi di ossa di bestia e non solo di bestia. Ti sei consumata eppure continui a scavare. Di sopra, di sotto, tanto orientarsi ha perso di senso. Scavi anche con i piedi nudi senza più scarpe che le hai perdute. Devi muoverti prima che sia troppo tardi. Non sai dove è il sotto e dov’è l’alto perché non c’è luce perché c’è solo la notte. Scava scava di sopra di sotto con la terra che ti entra negli occhi che s’infila lungo le narici fino alla gola che senti che sapore ha questo schifo di terra. Ha gusto di ferro che è sangue, di petrolio che è amaro, di paura che è dolce. Scava scava che hai la nausea perché hai paura. E arriva il freddo e respiri polvere e terra umida e hai perso le dita e quelle non sono le tue dita e urli mentre scavi e frani in basso di nuovo e poi continui a scavare e vedi facce che ridono, facce fatte di denti. Denti dappertutto che ridono dei tuoi sforzi inutili.
Ma tu continui a scavare e non t’importa se intorno c’è solo la notte.
Capitolo 1
A dirotto una pioggia ottusa e senza cuore spazzava via l’illusione di un’estate già finita.
Sul delta pioveva da due giorni che sembrava sempre notte tanto era nero il cielo affogato d'acqua.
In quelle latitudini padane si andava avanti così per tutto il mese di ottobre e poi via senza fermarsi fino a marzo.
- Il sole di qui non passa mai. Stia pur tranquilla lei.
Le parole di Zanoni finirono risucchiate dal frastuono del motore della chiatta che arrancava lungo il fiume melmoso disseminato di isolotti, di canne alte, spesso fittissime, nemmeno fossero ai tropici. A intervalli regolari facevano la loro apparizione i capanni dei pescatori, ormai quasi scivolati nell’acqua che sembravano marci, divorati dai lucci. Al di là dell’argine, quasi a protezione del fiume si tiravano su lunghe teorie di pioppi grigiastri. Infine ancora più in là si distendevano ettari infiniti di risaie affollate di mondine e zanzare.
Tutto appariva instabile, come se anche la terra poggiasse sull’acqua, lunghe lingue di terra pronte a scivolare via alla deriva verso il richiamo di un mare ingordo e crudele.
Dovevano amarla davvero quella terra i contadini del delta per ostinarsi a viverci. Secoli passati a combattere l’acqua a creare spazi solidi assolutamente vitali.
Drenando, bonificando, incanalando. Il trionfo del genio idraulico, il trionfo della volontà.
Fosse stato per Zanoni tutto quello sforzo idraulico poteva andare anche in malora. Lui che si arrangiava barcamenandosi tra il trasporto e la pesca, spesso di frodo, più acqua c’era meglio era. E poi il riso gli faceva pure schifo.
Scatarrò e poi si scusò con l’unico passeggero a bordo che fino a quel momento non aveva aperto bocca.
La chiatta, che era vecchia e rabberciata alla meglio, sembrava intenzionata a interrompere la sua marcia da un momento all'altro. Aveva quasi deciso di morire e nemmeno le fiancate rattoppate di pezzi di legno colorati, recuperati chissà dove, rendevano più gradevole quel relitto.
Ogni tanto Zanoni le bestemmiava contro per esortarla come fosse una mula di montagna.
Quella rispondeva tossendo sputi di nafta puzzolente.
E continuava a solcare i canali profondi.
Di fronte a Zanoni, insaccata in un impermeabile cerato verde marcio, c’era una ragazza intabarrata anche lei all'inverosimile. Era seduta quasi a prua talmente rannicchiata da dare l’impressione di voler essere da tutt’altra parte.
La poverina soffriva da cani. Soffriva di mal di mare. Poco le importava se l’uomo affermava che il rollio del fiume non era niente in confronto all’Adriatico Settentrionale a forza 7.
Teresa voleva solo arrivare. Il più presto possibile.
Stettero zitti per un altro po’, giusto il tempo per fare una lunga curva ad ansa che li sballottò a dovere, poi Zanoni, ingobbito sul timone, non ce la face proprio a stare zitto parlò di nuovo.
Giusto per dire qualcosa, come fanno quelli che guidano i tassì in città.
Disse:
- Da dove ha detto che viene, Pescara?
- Fano. È un po' più su, vicino ad Ancona. Marche insomma.
- Ah. Si sta bene lì.
- Perché c'è stato?
- No, ma fa lo stesso. Ovunque è meglio di qui.
- Perfetto. Proprio quello che volevo sentirmi dire. Il modo migliore per iniziare questo trasferimento.
- Ma dai che scherzavo. Vedrà d’estate come diventa bello, i fiori, il raccolto, le sagre in piazza, insomma quelle cose lì che piacciono sempre alla gente. Perfino questi accidenti di canne diventano belle con i loro pennacchi piumati. E poi si guardi intorno: fabbriche, capannoni, cantieri, ogni ben di dio. Il progresso sta arrivando anche qui. Signorina, qui stanno bucando da tutte le parti, ci danno dentro con trivelle e ruspe. Dicono che qua sotto c'è il metano. Il gas! Ce n’è a pacchi, pensi un po’ che lusso. L’amico del sindaco, l’ingegner Pardo dice che il metano è il futuro. Il nostro futuro ma anche il nostro presente. Sarà pur vero ma pezze al culo avevo prima e pezze al culo ho adesso. La verità è che qui è tutta una merda.
Una merdaccia eterna!
Zanoni rise di gusto della propria battuta. Era così soddisfatto che la ripeté altre due volte cercando l’apprezzamento di Teresa.
Inutile. Quella stava zitta. E pure immobile peggio di un tronco.
Teresa cercava di guardare avanti, cercare e seguire la linea dell’orizzonte. L’aveva letto su Grand Hotel durante il viaggio in treno. L’esperta sosteneva che la nausea da mal di mare è solo una questione di suggestione dovuta all'alterazione momentanea del senso dell’equilibrio. Se pensi di non muoverti e non ti guardi intorno stai tranquillo anche in mezzo alle tempeste.
Mentre Teresa si sforzava a star dietro all'orizzonte che spariva tra la nebbia e la pioggia Zanoni continuava a parlare.
Parlò ancora un po’ del metano, di Mattei e dello scià di Persia perfino, poi ritornò alle canne che un tempo davano da mangiare a quelli che avevano voglia di tagliarle e raccoglierle. Si potevano fare tante cose con le canne, un po’ come il maiale. Solo che le canne non costavano nulla e invece i cestini e le sedie di canne le potevi vendere anche al mercato.
E poi in mezzo alle canne dell’isola del Bonello Bacucco si nascondevano i partigiani che fuggivano ai tedeschi. Non era proprio un’isola quella, l’aveva fatta uscire dall’acqua il fiume a forza di vomitare detriti. Un bel giorno, toh! Eccoti qua un’isola bella che fatta. Sia ben chiaro non era una roba da farci una villeggiatura, un cristiano come si deve non ci avrebbe mai messo piede anche perché poi sarebbe affondato in mezzo al fango e al guano delle folaghe. Loro sì che ci stavano bene.
Ma quelli, i partigiani, ci andavano lo stesso. Certi poi morivano di malaria. Poco male sempre meglio che finire impallinati dai nazisti.
E poi sa che volevano fare i tedeschi dopo la guerra? Una bella idea. A furia di inseguire tra le canne i fuggiaschi si erano resi conto dell'importanza delle canne. Anni fa erano arrivato dei tipi ingiacchettati che volevano fare una coltivazione industriale. Volevano usare le canne per prenderci la cellulosa e farci la carta. Bella storia davvero. Peccato che non abbiano trovato nessuno ancora disponibile a farsi il culo a raccogliere le canne. Me l'avevano chiesto anche a me. Capirai... le canne. Meglio la chiatta.
Ci avevo un’idea fissa in testa. Volevo pescare gli storioni. Sì quelli del caviale. Non ci crede? Guardi che gli storioni non vivono solo in Russia nel Volga, nel Don o in quei fiumi lì. Fino a qualche tempo fa ce n'erano a pacchi anche qui da noi, sguazzavano beati che era una meraviglia. Qualcuno di loro arrivava anche fino a duecento chili, una bella sberla di pesce, no? Beccare uno storione era un affare, ti sistemavi alla grande per mezzo anno. Potevi vivere da signore se pescavi uno storione. Il caviale era l'ultimo dei problemi, prima c'era la carne. Ha mai mangiato una bistecca di storione? Roba fina, tenera come il vitello. I ristoranti di lusso ce la pagavano a peso d'oro e la scodellavano ai clienti con più grana. Quello che non vendevi ai ristoranti te lo conservavi in casa. Certe mangiate di risotto con trippa di storione. È buona, è buona. Gliel'assicuro, signorina.
Per un po' Teresa si era sforzata di stargli dietro quasi incuriosita poi a sentire di trippe di pesce si concentrò solo a combattere un conato di vomito del suo stomaco che si rivoltava e lasciò che le parole di Zanoni finissero impastate dal brontolio del motore.
All'improvviso l’orizzonte scomparve, il cielo scomparve e tutto diventò grigio totale.
Schizzi d'acqua gelata aggredirono la chiatta investendola sulla fiancata destra.
Teresa riaprì gli occhi bagnati giusto in tempo per vedersi precipitare sul lato opposto dello scafo spinta da un irresistibile conato di vomito.
Poi si tirò su imbarazzatissima farfugliando frasi di scusa nei confronti di Zanoni che cacciò dalla tasca della cerata una scatoletta di latta colorata di verde.
- Ne prenda un po'. Sono pasticche di liquerizia. Fanno miracoli.
- No... non grazie... è che non sono abituata... mi scusi...
- Mi dia retta.
Obbedì. Il sapore forte della liquirizia perlomeno eliminò l’acido dalla bocca ma non il malessere. La chiatta ristabilì la rotta e il muso piatto continuò ad avanzare ostinato appena ubriaco.
- Era uno storione?
Trovò la forza di chiedere la ragazza.
-Magari! Lo so io cos'era. Bastardo farabutto!
E non aggiunse nient'altro. Zanoni s’ingrugnì, scatarrò in acqua e virò con vigore.
Teresa si tirò su, si strinse meglio la sciarpa e riprese a cercare l'orizzonte tra la nebbia.
Forse la pioggia stava diminuendo d'intensità o forse si stava già abituando a conviverci. I primi segnali di empatia con un luogo ostile che la voleva mettere alla prova.
Teresa aveva capito subito che ogni singolo istante del suo soggiorno al delta, lato ferrarese, sarebbe stata una prova.
Otto mesi mesi come minimo.
Quasi un intero anno scolastico.
Tanto doveva durare la supplenza.
Le amiche le dicevano che era stata fortunata. Una lunga supplenza era il modo migliore per iniziare la carriera.
Teresa Donati, maestra elementare.
Pensò all'estate, al caldo, alle cicale. Pensò alla terra. Alla terra ferma.
Oltre la riva, in uno spiazzo recintato, alcuni operai si davano da fare con ruspe e camion carichi di detriti. Il marrone scuro delle loro cerate si confondeva con il fango che le aveva sporcate.
Uno di loro salutò Zanoni sbracciandosi entusiasta che gli rispose con un semplice cenno della mano.
Poi biascicò a commento.
-Ma va là busone che mi devi pure rendere 500 lire... busone!
Quindi volgendosi verso Teresa puntualizzò:
- – Debiti di gioco, a briscola. Sa com’è...
- - No. Io non so giocare a carte.
Sarà meglio che impari subito. Altrimenti sai che due maroni la sera.
Zanoni rise di nuovo mostrando i denti. Gli mancava il premolare destro. Solo allora Teresa lo guardò con più attenzione.
E la faccia che vide non gli piacque affatto. Occhi a fessura e troppo mobili, occhi che scavano che spogliano. Labbra carnose serrate in un ghigno schifato che non se ne andava mai. Il tutto contornato da una barba irregolare cresciuta più per incuria che per vezzo.
Chissà se sotto il berretto di lana avrà i capelli.
Pensò. Poi chiese secca:
- - Fra quanto arriviamo?
- – Boh... chi lo sa?... se continua questo tempaccio ci vorrà almeno un’altra oretta. Magari due. Cos’è stanca?
- Sì.
- Se è per quello anch’io sono stanco. Sa a che ora mi sono alzato?
Inutile rispondere tanto quello aveva ripreso a fare comizio.
- – Alle 4. dico è normale alzarsi alle 4? Certo che no, le dico. A quell’ora si dorme o si fa altro, ma andare a lavorare... e allora passa all’ingrosso prendi i sacchi di cipolle, i sacchi di patate, prendi la farina perché altrimenti il pane come lo fai... e poi torna indietro e prendi il latte perché se lo prendi prima va già tutto a male... e poi arriva pure lei e anche in ritardo.
- Guardi che non è colpa mia se c’era il suicida sui binari... e poi avrei preso volentieri la corriera.
- Come no, me lo dice lei poi come camminava la corriera sulla strada che è sprofondata la settimana scorsa. Qua fra un po’ tra pioggia e trivelle viene tutto giù di nuovo. Lo sa cos’è successo qualche anno fa?
- L’alluvione?
- Proprio lei, la stronza. Beata lei che non c’era. Io invece c'ero e me la ricordo bene.
Silenzio. Per qualche attimo neanche una parola. Poi prima che Zanoni riprendesse fiato con qualche bestemmia si sentì un urto clamoroso e improvviso. Legno su qualcosa di duro che non era roccia.
Qualcosa che emise un verso, un grugnito. Un suono animale.
Teresa perse l’equilibrio urlò e cadde sulla chiglia scivolosa. Si tirò su rapida cercando negli occhi di Zanoni una risposta.
Quello invece si alzò e cominciò a bestemmiare verso l’acqua che sembrava un pazzo.
Era assodato che non si trattava di uno storione.
Allora cos'era?
Zanoni cominciò a menare nel torbido a colpi di remo finché una forma indistinta e comunque scura non emerse issandosi dietro due mani rinsecchite da sorcio che cercavano di fare presa sulla superficie viscida. Allora Zanoni abbatté con violenza remo e mani sulla fiancata della chiatta.
Le mani adunche si inabissarono con effetto immediato e fu invece una testa a riaffiorare poco distante.
Una testa d’uomo fradicia con liane di capelli grigi che scendevano appiccicati alla fronte enorme da narvalo che dava asilo agli occhi tondi, sporgenti in un atto di stupore.
Occhi vivi di una testa viva e in movimento.
Sembrava un mostro marino, un orrido tritone, uno Scilla o un Cariddi feroce.
Rise senza motivo e all’improvviso. Sembrava quasi soddisfatto. Urlò gorgogliando anche qualcosa di incomprensibile e poi a grandi bracciate raggiunse la riva voltandosi ogni tanto ancora ridendo.
Zanoni invece continuava a imprecare agitando il remo come una clava impotente.
Poi il mostro fluviale approdò sulla rena issandosi in piedi aggrappato alle canne di fronte alla chiatta che lo superava di fianco.
Zanoni lo sfiorò con un paio di patate e una cipolla che si spappolò su un sasso incrostato. Continuava a insultarlo e più lo insultava più il mostro rideva.
Teresa assisteva alla scena senza capire, stretta in un angolo a distanza di sicurezza.
Guardava Zanoni che nella foga aveva perso il berretto rivelando un cranio quasi calvo.
Guardava il mostro di fiume avvolto in una tuta da soldato, forse da paracadutista, quanto mai improbabile. La guerra era finita da più di dieci anni.
Li guardava entrambi e aveva paura.
Mentre la chiatta si allontanava quell’altro, il mostro fluviale, cercava di starle al passo correndole dietro. Ogni tanto inciampava, affondava nel fango, poi si rialzava sporco e sgocciolante e riprendeva a correre finché Zanoni non lo centrò sul cranio con l’ennesima patata che però non si spaccò.
Il folle si arrestò di colpo, raccolse la patata e cominciò ad addentarla vorace.
Rideva mentre masticava a bocca aperta.
Rideva.
- È solo uno scemo di guerra. Al Lancillotti il cervello gli è andato in pappa quando gli è scoppiata vicino alle chiappe una granata dei tedeschi. Qualcuno dice che ha fatto il partigiano, addirittura con i rossi più incazzati, quelli della Garibaldi. Ma io non ci credo. Guardi un po’ lei com’è messo quello. Ce lo vede a combattere in montagna?
Io no.
E rise.
Ridevano tutti e due con l’acqua del fiume in mezzo a tenerli a distanza.
Zanoni e il mostro fluviale, il Lancillotti.
Sembravano vecchi amici, complici, reduci di storie lontane. Storie di fiume, di storioni e di canne al vento che nascondevano i fuggiaschi della parti nemiche.
Per un attimo era come se la guerra non fosse mai finita. Tutti insieme a recitare in un film neorealista.
E Zanoni che ancora gli lanciava le cipolle.
Continuavano a ridere isterici.
Teresa invece non rideva affatto. Si strinse ancora di più alla sua valigia sperando che le case che vedeva in lontananza fossero l’inizio del paese e la fine di quella traversata da incubo.
-Ci siamo quasi, non si preoccupi. Fra un po’ la metropoli sarà tutta sua.
Ridacchiò sarcastico il barcaiolo che avendo perso il cappello si era issato sul cranio calvo il cappuccio. Arrancava in piedi facendo leva sul remo che sembrava davvero Caronte all’arrivo all’imbarcadero dell’inferno.
In effetti non è che Marfisa sull’Argine fosse un gran bel vedere. Case qua e là con orti derelitti, qualche trabucco di pescatori e poi il grande cantiere della compagnia del gas, affollato di trivelle, camion e trivelle. Il paese vero doveva essere più in là dopo un’altra curva a serpente, quasi nascosto da un’altura a strapiombo davvero fuori luogo. Sul punto più alto c’era una croce di bronzo sorretta da rocce disposte in circolo. Più che un segnale ben augurante appariva come un ricordo di morte e di morti.
- - L’hanno tirata dopo la guerra. Qua ne sono morti a pacchi. Ancora un po’ e in paese non ci rimaneva più nessuno.
Puntualizzò Zanoni a cui non era sfuggita l’espressione quasi di sgomento di Teresa.
La ragazza di fece il segno della croce e abbassò la testa.
Avanzarono in silenzio per poco più di un centinaio di metri che lo scroscio della pioggia fu annullato dal boato.
Un boato inaudito che di colpo risucchiò qualsiasi suono circostante. La chiatta che stava ondeggiando pericolosamente era precipitata nel mezzo di un film muto.
Zanoni urlò qualcosa e Teresa non sentì e allora si tenne ben stretta al legno della barca e capì che il boato non era un altro scherzo del Lancillotti.
Capì che era qualcosa di molto più grande, una forza incontrollabile.
Il boato era la voce del gas, del metano.
Le viscere di Marfisa sull’Argine avevano appena dato il benvenuto al suo nuovo ospite.
Il benvenuto all’inferno.
Continua...
lunedì, dicembre 15, 2014
I luoghi raccontano sempre.
In tutti i miei libri hanno un ruolo preciso, spesso da co-protagonista. Tutto parte dalle persone e dai posti che li accolgono. Nel bene nel male. Andarli a cercare è uno dei momenti più belli del mio lavoro. Il paesaggio, specie quello urbano accompagna le scene, mette armonia nella regia, dà il giusto ritmo alla storia che prende forma attraverso il tempo rivelando un dialogo già iniziato di un amore pericoloso e tormentato. Questo accadeva nel giugno del 1937.
Una tavola che, come quasi tutto il materiale che propongo, è ancora in fase di costruzione. Mi piace dare spazio alle fasi di lavorazione intermedie e ancora incompiute. In loro c'è quel margine di imprevedibilità che aumenta l'immaginazione.
domenica, dicembre 07, 2014
mercoledì, novembre 26, 2014
Il capospalla di Jack
Quando torno a casa mi piace fermarmi e dare un'occhiata alle vetrine dei negozi. Mi piace essere informato sulle mode che vanno e che vengono. Ho scoperto che da un po' di tempo i vari giacconi, cappotti, caban, parka ecc. vengono genericamente indicati con il termine "capospalla" (lo scrivo adesso così non rispondo poi alla domanda che chiede cosa sia questo capospalla). Ebbene tra tutti i capospalla che ho visto quello che mi piace davvero costa 1026 euro. Non me lo posso permetter e anche se me lo potessi permettere non me lo comprerei mai perché mi sembra immorale che un impermeabile con cappuccio (perché alla fine di questo si tratta) costi così tanto. Fine del pistolotto bacchettone. E comunque sull'autobus guardavo i capospalla delle persone a bordo. I ragazzi hanno una specie di eskimo, che non è proprio un eskimo perché sprovvisti di cintura (che comunque ai tempi tutti gettavano via). Certi signori hanno il montgomery e la maggior parte quella cosa difficile da capire che genericamente viene indicato come "giaccone pesante". Il rollio dei sanpietrini di via santo Stefano mi hanno venrie in mente le descrizioni di tanti personaggi di romanzi d'avventura, o fantasy in cui il protagonista indossa sempre "una vecchia giacca" che può essere di pelle/velluto/fustagno/daino/lana scozzese o irlandese e mai d'orbace che sarebbe anche più resistente. Non capita mai che il protagonista sfoggi una giacca nuova di zecca. Allora a mente ho scritto questo incipit che mi piacerebbe leggere da qualche parte:
"Jack si osservava allo specchio chiuso nella sua giacca ipetecnologica che aveva appena comprato. Era fatta di un tessuto leggerissimo eppure resistentissimo alle escursioni climatiche e all'aggressione di agenti esterni. Il gran numero di tasche a disposizione, tutte assolutamente ergonomiche e molte delle quali anche messe in una posizione strategia, quasi invisibile, gli consentiva di uscire senza portarsi dietro l'impiccio di borse e zainetti. Li odiava. Jack se ne andava in giro per casa con la sua bella giacca nuova per iniziare a entrarci in confidenza. Si sentiva molto soddisfatto dell'acquisto, che tra le altre cose gli era costato parecchio, un investimento non indifferente. Poi quando ricevette il messaggio, quello che aspettava, decise di ignorarlo. A pensarci bene non aveva proprio voglia di uscire,d di affrontare la pioggia battente e di infilarsi nel bosco in mezzo ai rovi e agli spuntoni di ossidiana taglientissimi. Nessuno aveva ancora capito come avessero fatto ad affiorare nel bosco e Jack decise di non approfondire. Non gliene fregava niente dell'anomalia dell'ossidiana, del bosco e dell'escursione. Si accomodò in poltrona dopo essersi versato un bicchierino di brandy e accese la Tv con il telecomando. Sul suo vlto comparve un'espressione rilassata, quasi soddisfatta come non gli capitava da tempo. Si tirò su la zip quasi per proteggersi meglio. Gli piaceva proprio la sua giacca nuova. Jack non sapeva che quella sua scelta istintiva, quasi una sorta di ribellione, avrebbe determinato in maniera irreversbile i futuro della sua vita." Ecco un incipit più o meno così, magari con un paio di revisioni e non con "buona la prima" come adesso. Ma più o meno così.qui sotto illustrazione di Settecappotti
martedì, novembre 04, 2014
L'illusione della terraferma. Iniziare un romanzo
A pensarci bene non mi ricordo più come e quando mi è venuta l'idea di raccontare una storia ambientata durante il fascismo in Sardegna poco dopo la fondazione della città di Carbonia, creata apposta per sistemare i minatori, sardi ma anche di tante altre parti d'Ialia. Non c'è mai stata una scintilla vera e propria, è stato come se la storia ci fosse sempre stata da qualche parte nella mia mente. Aspettava solo di essere raccontata. Mancavano le opportunità e la volontà. Vedevo le difficoltà, non mi sentivo adatto per varie ragioni legate forse al mio stile grafico, alle ricerche storiche, che almeno in apparenza si trattasse di un thriller. Perché alla fine L'illusione della terraferma è un thriller. Anzi un giallo come si è sempre detto da queste parti. Alla fine di tutta la storia ci saranno i colpevoli.
Questo romanzo grafico interpreta il mio terzo ritorno narrativo in Sardegna. la prima volta era stato parecchi anni fa su Mondo Naif con Loving the Alien ambientata a Cagliari durante l'austerity per la crisi petrolifera della prima metà degli anni Settanta, periodo in cui era scoppiata la moda degli avvistamenti UFO, poi l'anno scorso era uscito, per la collana Storia della Sardegna a Fumetti edita dall'Unione sarda, un altro romanzo, questa volta breve, forse una novella, che era ambientato sempre nel Sulcis poco dopo l'eccidio di Buggerru. Il titolo che gli avevo dato era Metallo Malfidano, ma poi per qualche esigenza editoriale era uscito con un classico e forse un po' pleonastico L'eccidio di Buggerru. Questi incontri con la Sardegna e con la mia sardità, a tratti labile, a tratti distante, a tratti incontenibile, sono cresciuti con il tempo. Confrontarmi con le mie origini, cercare di capirle, cercare magari di raccontare delle storie. Non è facile, tutt'altro. Forse un momento decisivo è stato al festival di Gavoi di qualche anno fa a cui ero ospite. Una notte, dopo una cena sarda con vino denso e fil'e ferru mi sono trovato coinvolto a ballare il ballo sardo in una qualche piazzetta. Ero goffo, terribilmente goffo, però mi divertivo e passo dopo passo riprendevo i fili con una memoria mai avuta ma di cui avevo comunque delle tracce in dotazione al momento della mia confezione. Il ballo di un attimo che ha messo di nuovo in moto modalità che mi erano ignote. Ho iniziato a pensare di raccontare di luoghi e di persone che mi erano quasi sconosciuti. Da sardo di città migrato da giovane sono molto ignorante riguardo al territorio. Turista in caso. Meglio però essere viaggiatori in casa.
L'illusione della terraferma è anche il mio viaggio in luoghi legati a mia madre. Per tanti anni è stata insegnante elementare in diverse scuole del Sulcis, da Narcao a Iglesias per esempio. Di Iglesias ricorda i suoi anni più belli quando le avevano assegnato la sede di Campo Romano, quartiere operaio popolato da minatori. Gente semplice e onesta con cui si era creato da subito un legame sincero. Ogni tanto mi portava con sé, prendevamo il treno, una littorina di un brutto colore, una specie di marrone ruggine da impermeabile e mi accomodavo con gli altri bambini nei banchi di legno con la ribaltina graffiata e incisa da temperini che si erano alternati da generazioni. Ricordi lontani che in qualche modo ora mentre sto lavorando al libro ritornano.
Un viaggio su due binari paralleli che s'incrociano ai passaggi a livello. Storie diverse in un unico flusso mentale. Un romanzo e una ricognizione della memoria che poi magari diventerà altro romanzo.
Per ora basta questo.
A seguire gli aggiornamenti, gli appunti di lavoro mentre questo prende forma, cresce. Ci saranno gli entusiasmi e i momenti di stallo, le difficoltà e le perplessità. Certe di queste le racconterò qui sperando in un confronto sincero con chi avrà l'interesse a seguirmi.
Buona lettura e benvenuti in questo romanzo.
sabato, ottobre 11, 2014
mercoledì, ottobre 08, 2014
L'illusione della terraferma. Diario di lavoro #1.
La faccia di Ettore Marmo mi ha fatto penare. Tante prove, tante varianti di dettagli. Capelli mossi, lisci, impomatati, naso dritto o camuso e poi i baffi, non è facile lavorare con quelli che hanno i baffi, spesso nascondono la bocca e limitano le espressioni. Fra le tante prove a un certo punto marmo somigliava anche a Mauricio Pinilla, ma senza tatuaggi. Ma era troppo regolare, quasi classico.
Se fosse stato un personaggio di un film di ieri sarebbe stato Pietro Germi o Vittorio Gassman, se fosse un film di oggi sarebbe Alessandro Gassman. Siccome non è un film gli ho rotto il naso al punto giusto e finalmente è diventato lui. Un bastardo cinico che strada facendo si scopre molto meno bastardo cinico e diventa perfino sentimentale.
Qua mentre esprime un suo tipico pensiero.
lunedì, settembre 01, 2014
Letture estive e non
Qualche mia lettura nella rubrica Lo scaffale di... su Fumettologica. Non sono consigli di lettura, però se vi va leggete e nel caso consigliate o condividete.
http://www.fumettologica.it/2014/09/lo-scaffale-di-otto-gabos/
Qualche mia lettura nella rubrica Lo scaffale di... su Fumettologica. Non sono consigli di lettura, però se vi va leggete e nel caso consigliate o condividete.
http://www.fumettologica.it/2014/09/lo-scaffale-di-otto-gabos/
domenica, agosto 17, 2014
Raccontino di Ferragosto. Vogliate gradire se vi va.
C'ESTI 'NA BASCA 'E MORRI
il periodo più brutto per mio padre coincideva con quello più bello per quasi tutti gli altri italici di città e di campagna. Le ferie d'agosto. Le odiava perché non sapeva che farsene, visto che noi non si andava mai da nessuna parte, perché "è sempre pieno di gente". Ci andiamo a settembre prometteva ma poi a settembre andavamo al porto a vedere le navi in partenza e anche in aeroporto a vedere gli aerei salire e scendere rombanti. Era un po' come viaggiare. Un viaggio o due l'abbiamo fatto pure noi ad agosto. A Roma che sembrava un forno. Una volta ci siamo spinti pure a Milano che faceva ancora più caldo. Era appena uscito un bel numero di Tex che mi sembra fosse finito in carcere. Per arrivare a Milano ci avevamo messo un bel po' in treno visto che all'altezza di Bologna si procedeva a passo d'uomo perché qualche giorno prima era esplosa la bomba e ci sembrava incredibile che una bomba avesse potuto fare un tale scempio d'estate quando la gente va in vacanza e il ricordo della guerra era ormai lontanissimo. Comunque in quei tanti agosti di ferie e di noia, mio padre indossava la divisa d'ordinanza che era poi una canottiera bianca e si metteva a suonare senza sosta curvo sulla fisarmonica con cui si esercitava in brani complicatissimi che lo facevano sudare. Diceva che erano pezzi "scabrosi" e riprendeva a studiare e riprovare. Mi ricordo Il Volo del Calabrone che era tra i più difficili ma anche La Gazza Ladra non scherzava. Invece quando si preparava per suonare al Forte Village cambiava repertorio e si orientava sui "ballabili". Cosa fossero questi ballabili lo ignoro. A me il ballo non piaceva perché i signori quando ballavano avevano sempre le facce serie assai poco divertite. Poi negli anni a venire, da piccolo comunista intransigente dicevo che erano cose decadenti e disimpegnate. Ma quando dicevo queste minchiate ero già un po' più grande. Ma una volta in gita scolastica a Palermo scoprii quanto era bello ballare Upside Down di Diana Ross scritta da Rodgers e Edwards, ossia gli Chic. Ovviamente da quella volta e per un bel po' di anni diventai un frequentatore appassionato delle discoteche.
Quando poi mio padre era fradicio ed esausto dalla sue prove alla fisarmonica, se ne stava accasciato sullo sgabello e mormorava schifato: - c'esti 'na basca 'e morri!
(per i non sardofoni: c'è un caldo da morire!). Allora si affacciava in balcone e rimirava soddisfatto il parcheggio intorno al mercato di San Benedetto desertico e con un'infinità di possibilità di combinazioni per piazzare la macchina. Il parcheggio a go-go era l'unica soddisfazione di quel mese di ferie indolente e infame, come definiva la vita mio padre. Agosto era il mese di tregua dalla lotta in prima linea con vigili, con quelli che uscivano dal mercato, quelli che arrivavano, quasi tutti sempre incazzati perché non si trovava mai posto subito e vicino all'entrata, perché poi le buste della spesa pesano.
In qualche altra memoria avrò già scritto della frase lapidaria che mio padre pronunciava solenne osservando quell'edificio basso, sgraziato e screziato di mattoni rossi chiamato comunemente il Mercato.
La ripeto per onor di cronoca. Diceva: -Ci vorrebbe una bomba. Pensa ai parcheggi che si potrebbero fare!
L'altra frase di cui invece finora non ho mai riferito era speciale, ermetica se vogliamo, o magari talmente chiara da far riflettere per un'intera esistenza di individuo, marito e padre.
In Sardegna come altrove è consuetudine sposarsi d'estate, specie ad agosto. Quasi tutti ai tempi si sposavano ad agosto. Era più pratico e il viaggio di nozze faceva pendant alle ferie.
Ed è altrettanto consuetudine che finita la cerimonia in chiesa o in comune (ma questo in tempi più moderni) si formasse un corteo di macchine strombazzanti che seguisse gli sposi fino al ristorante.
Mi piaceva sentire quegli allegri caroselli e mi sarebbe piaciuto unirmi a loro suonando anch'io il clacson. Mio padre aveva fatto montare da un ellettrauto suo amico dei clacson potentissimi con trombe polifoniche. Un piacere suonarle spingendo il cerchio cromato applicato sopra al volante foderato di pelle.
- Almeno si sentono bene, non come quelle schifezze che mettono nelle fiat.
sottolineava puntuale.
Capitava che al culmine della gioia e dello strombazzamento certi cortei nuziali passassero per via Tiziano proprio sotto al nostro balcone.
A quel punto mio padre usciva rapido e anche un po' alterato e urlava a sposi e corteo:
- O concali! O concalis!
Sappiate che nel sardo di Cagliari si usa la O vocativa a inizio di frase e pure di nome e che concali tra i suoi vari significati oltre a pitale significa anche fesso, imbecille. Insomma un insulto a bassa intensità.
Io ridevo di gusto senza capire perché mai gli sposi e gli altri fossero concali e soprattutto perché dovesse essere proprio mio padre a farlo notare a tutti loro.
Nel tempo ho fatto diverse riflessioni su questa modalità. Riflessioni postume che non ho mai potuto esporre a mio padre perché era già morto. Certe erano amare, molto amare, altre tenere, tutte però venate da una profonda inquietudine esistenziale di una vita presa in prestito.
E allora quando andavamo in giro in macchina in certe domeniche pomeriggio particolarmente noiose, per poi dirigerci inesorabilmente verso la gelateria del Margine Rosso battezzata con un nome esotico come Trocadero e con una barista bella e sorridente ero felice perché nel suo piccolo anche quello era un viaggio, le ferie come le viveva a suo modo mio padre.
Gli chiedevo di aumentare il volume dell'autoradio quando andava in onda Supersonic con Gigi Marziani e se capitava anche una bella canzone era davvero il massimo.
Ferragosto 2014
p.s. come sempre scritto di getto e pieno di strafalcioni. Come spesso ancora senza un titolo definitivo. Una versione più ragionata apparirà prima o poi in una raccolta di racconti, anche illustrati, dedicati alla mia Cagliari.
C'ESTI 'NA BASCA 'E MORRI
il periodo più brutto per mio padre coincideva con quello più bello per quasi tutti gli altri italici di città e di campagna. Le ferie d'agosto. Le odiava perché non sapeva che farsene, visto che noi non si andava mai da nessuna parte, perché "è sempre pieno di gente". Ci andiamo a settembre prometteva ma poi a settembre andavamo al porto a vedere le navi in partenza e anche in aeroporto a vedere gli aerei salire e scendere rombanti. Era un po' come viaggiare. Un viaggio o due l'abbiamo fatto pure noi ad agosto. A Roma che sembrava un forno. Una volta ci siamo spinti pure a Milano che faceva ancora più caldo. Era appena uscito un bel numero di Tex che mi sembra fosse finito in carcere. Per arrivare a Milano ci avevamo messo un bel po' in treno visto che all'altezza di Bologna si procedeva a passo d'uomo perché qualche giorno prima era esplosa la bomba e ci sembrava incredibile che una bomba avesse potuto fare un tale scempio d'estate quando la gente va in vacanza e il ricordo della guerra era ormai lontanissimo. Comunque in quei tanti agosti di ferie e di noia, mio padre indossava la divisa d'ordinanza che era poi una canottiera bianca e si metteva a suonare senza sosta curvo sulla fisarmonica con cui si esercitava in brani complicatissimi che lo facevano sudare. Diceva che erano pezzi "scabrosi" e riprendeva a studiare e riprovare. Mi ricordo Il Volo del Calabrone che era tra i più difficili ma anche La Gazza Ladra non scherzava. Invece quando si preparava per suonare al Forte Village cambiava repertorio e si orientava sui "ballabili". Cosa fossero questi ballabili lo ignoro. A me il ballo non piaceva perché i signori quando ballavano avevano sempre le facce serie assai poco divertite. Poi negli anni a venire, da piccolo comunista intransigente dicevo che erano cose decadenti e disimpegnate. Ma quando dicevo queste minchiate ero già un po' più grande. Ma una volta in gita scolastica a Palermo scoprii quanto era bello ballare Upside Down di Diana Ross scritta da Rodgers e Edwards, ossia gli Chic. Ovviamente da quella volta e per un bel po' di anni diventai un frequentatore appassionato delle discoteche.
Quando poi mio padre era fradicio ed esausto dalla sue prove alla fisarmonica, se ne stava accasciato sullo sgabello e mormorava schifato: - c'esti 'na basca 'e morri!
(per i non sardofoni: c'è un caldo da morire!). Allora si affacciava in balcone e rimirava soddisfatto il parcheggio intorno al mercato di San Benedetto desertico e con un'infinità di possibilità di combinazioni per piazzare la macchina. Il parcheggio a go-go era l'unica soddisfazione di quel mese di ferie indolente e infame, come definiva la vita mio padre. Agosto era il mese di tregua dalla lotta in prima linea con vigili, con quelli che uscivano dal mercato, quelli che arrivavano, quasi tutti sempre incazzati perché non si trovava mai posto subito e vicino all'entrata, perché poi le buste della spesa pesano.
In qualche altra memoria avrò già scritto della frase lapidaria che mio padre pronunciava solenne osservando quell'edificio basso, sgraziato e screziato di mattoni rossi chiamato comunemente il Mercato.
La ripeto per onor di cronoca. Diceva: -Ci vorrebbe una bomba. Pensa ai parcheggi che si potrebbero fare!
L'altra frase di cui invece finora non ho mai riferito era speciale, ermetica se vogliamo, o magari talmente chiara da far riflettere per un'intera esistenza di individuo, marito e padre.
In Sardegna come altrove è consuetudine sposarsi d'estate, specie ad agosto. Quasi tutti ai tempi si sposavano ad agosto. Era più pratico e il viaggio di nozze faceva pendant alle ferie.
Ed è altrettanto consuetudine che finita la cerimonia in chiesa o in comune (ma questo in tempi più moderni) si formasse un corteo di macchine strombazzanti che seguisse gli sposi fino al ristorante.
Mi piaceva sentire quegli allegri caroselli e mi sarebbe piaciuto unirmi a loro suonando anch'io il clacson. Mio padre aveva fatto montare da un ellettrauto suo amico dei clacson potentissimi con trombe polifoniche. Un piacere suonarle spingendo il cerchio cromato applicato sopra al volante foderato di pelle.
- Almeno si sentono bene, non come quelle schifezze che mettono nelle fiat.
sottolineava puntuale.
Capitava che al culmine della gioia e dello strombazzamento certi cortei nuziali passassero per via Tiziano proprio sotto al nostro balcone.
A quel punto mio padre usciva rapido e anche un po' alterato e urlava a sposi e corteo:
- O concali! O concalis!
Sappiate che nel sardo di Cagliari si usa la O vocativa a inizio di frase e pure di nome e che concali tra i suoi vari significati oltre a pitale significa anche fesso, imbecille. Insomma un insulto a bassa intensità.
Io ridevo di gusto senza capire perché mai gli sposi e gli altri fossero concali e soprattutto perché dovesse essere proprio mio padre a farlo notare a tutti loro.
Nel tempo ho fatto diverse riflessioni su questa modalità. Riflessioni postume che non ho mai potuto esporre a mio padre perché era già morto. Certe erano amare, molto amare, altre tenere, tutte però venate da una profonda inquietudine esistenziale di una vita presa in prestito.
E allora quando andavamo in giro in macchina in certe domeniche pomeriggio particolarmente noiose, per poi dirigerci inesorabilmente verso la gelateria del Margine Rosso battezzata con un nome esotico come Trocadero e con una barista bella e sorridente ero felice perché nel suo piccolo anche quello era un viaggio, le ferie come le viveva a suo modo mio padre.
Gli chiedevo di aumentare il volume dell'autoradio quando andava in onda Supersonic con Gigi Marziani e se capitava anche una bella canzone era davvero il massimo.
Ferragosto 2014
p.s. come sempre scritto di getto e pieno di strafalcioni. Come spesso ancora senza un titolo definitivo. Una versione più ragionata apparirà prima o poi in una raccolta di racconti, anche illustrati, dedicati alla mia Cagliari.
domenica, maggio 25, 2014
La meta di Shalimar Koglia
Mentre continuo a cercare di capire, di relazionarmi e auspicabilmente di domare questo blocco di carta modesta continuando a disegnare, mi sforzo a rendere in qualche modo compiuti i miei bozzetti o sketch. Di solito lavoro su frammenti, corpi indefiniti o monchi di qualcosa, diversi momenti che si intersecano. Insomma l'officina del provvisorio. Ho visto certi sketchbook di bravi disegnatori, ordinati, compatti dove ogni pagina era un disegno finito. Li ho ammirati e non solo per la perizia ma soprattutto per metodo e costanza. Averne fatti già due nel giro di qualche giorno lo posso considerare se non un record un viatico. Che poi disegnare in un blocco con metodo abbia un senso è un altro discorso su cui rifletterò in seguito. Comunque sia eccolo qui, Shalimar Koglia. Chi ha letto Esperanto forse se lo ricorderà. Truffatore, avventuriero, biscazziere, giocatore d'azzardo, filosofo e mistico lieve è alla base e artefice di un mondo distopico regolato dal gioco e dalle scommesse. Ai numerosi lettori che mi hanno chiesto di un possibile secondo volume della serie rispondo che al momento non dipende solo da, però se mai dovesse esserci un secondo volume non si tratterebbe di un seguito ma di un inizio, proprio con Shalimar Koglia, abbastanza giovane che ha appena varcato gli altipiani aspri dell'Albania sfuggendo alla cattura dei giannizzeri. Non sa ancora come ma è certo di raggiungere la lontanissima Armenia, scalarne le montagne e poi scendere lento ma inarrestabile verso il grande mare interno dove l'acqua brucia in roghi perenni. La sua metà è il Caspio, voragine di petrolio.
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