giovedì, giugno 15, 2006

non so stare seduto

In questo periodo mi vedo con una certa regolarità con Emidio Clementi. Stiamo facendo una storia insieme e dopo un inizio via mail stiamo virando verso incontri dal vivo. Penso a tutte le volte che ho lavorato in coppia con un altro autore. Oltre alla differenza di approccio e di stile ci sono anche le differenze di atteggiamento fisico durante gli incontri. Emidio non si muove dalla scrivania, se ne sta in postazione, piazzato davanti allo schermo del mac. Io parto seduto a fianco ma resisto poco. Mi alzo, cammino, mi sposto, guardo fuori dalla finestra, sfoglio i libri. Devo apparire se non altro distratto, forse molesto. Nelle prime riunioni Emidio mi invitava a prendere posto. Ora ha smesso. Forse ha accettato il mio modo di fare o si è abituato per sfinimento. Nelle mie storie la necessità di spostarsi per pensare è apparsa più volte e in questo nuovo libro (Il Viaggiatore, ormai lo sapete) lo dichiaro pubblicamente.
Qualche mese fa ero con Menotti. Stavamo pensando a qualcosa da scrivere a 4 mani. È stato spontaneo uscire di casa e camminare per ore. Era marzo e non faceva nemmeno tanto freddo. Con le parole siamo scesi fino all’Adriatico, con le gambe ci siamo inoltrati lungo la salita di San Mamolo (parlo di Bologna) finendo in un santuario e poi proseguendo quasi fino all’ospedale Rizzoli. Una buona parte dei dialoghi che fanno parte della nostra amicizia si è svolta per strada camminando. Molto spesso senza una meta, altre volte per raggiungerne una. Abbiamo attraversato Roma e Berlino di notte, Bologna a qualsiasi ora. Anche le autostrade. Invece con Massimo Semerano ci siamo trovati a camminare entrambi in una stanza, a sederci e alzarci ripetutamente cambiando posto, quasi in un balletto. È chiaro che ogni autore fa muovere la mente a modo suo. Ci saranno infiniti rituali intimi e privati che ripete e porta avanti come incentivo liturgico. Di sicuro la fase del disegno, che di norma ti costringe a stare quasi sempre seduto, per quanto mi riguarda è la più gestibile. Serve la continuità, la routine. Disegnare un libro quando hai già scritto la storia è un lavoro da fondista, non credo molto agli exploit. La rimonta eroica avviene solo sotto scadenza e quindi non è certo la regola. L’invenzione si materializza attraverso la pratica del disegno, compare sulla carta come un’epifania. Si svela. Quando la mente ordina alla mano di fare un segno, finché non lo vedi su carta non sai cosa è successo nel frattempo. È una sorpresa continua e a volte mi sento spettatore di me stesso. Quando si apre il varco giusto la storia nasce con impeto e prende e forma quando cammino. Giro film che mi appaiono bellissimi che poi cerco di tradurre in disegni come in una pratica divinatoria. Il problema sta nella sintonia. Trovare la giusta sintonia e proteggerla dalle interferenze.
Negli anni tutte queste esperienze di scrittura a due mi hanno insegnato, che lavorare con il confronto diretto scatena l’esplosione del dubbio. Il dubbio è ostinato e difficile da scrollarsi. Quando scrivi da solo ci si convive, quando si è in due si è costretti ad affrontarlo e a risolverlo. La componente (iper)analitica si fa più serrata. Spesso ci si trova spalle al muro in una fase di stallo molto preoccupante. È in questi momenti che si avverte lo scarto, il balzo in avanti. Ti accorgi di crescere.

2 commenti:

iodisegno ha detto...

Cioa Otto,
ci siamo incontrati all'ultima angouleme, io ero in compagnia di Sergio Rossi e avevo un berretto molto simile al tuo, (ma raccattato all'Oviesse, il tuo mi sembra di ricordare avesse ben altre e nobili provenienze...). Mi piaciono molto le tue riflessioni sulla scrittura. Io faccio per lo più libri illustrati per l'infanzia e li scrivo insieme a mia moglie, non riusciamo a definire uno spazio temporale in cui diciamo: «mettiamoci a scrivere una storia», stiamo tutto il giorno gomito a gomito fingendo di lavorare ad altro , ci spiamo come compagni di banco durante un compito in classe finchè uno dei due non butta in mezzo l'idea alla quale (ormai non può più nasconderlo) stava lavorando. E i giorni seguenti si va avanti più o meno così, non riusciamo a dirci chiaramente che stiamo lavorando ad una storia, sembra quasi che ci vergognamo o che abbiamo paura di perdere quell'atmosfera quasi casuale da dove sono venute tutte le nostre idee...

Otto Gabos ha detto...

ciao iodisegno, mi ricordo bene di te in mezzo alla bolgia di angouleme. scopire i processi creativi che sono propri di un autore mi affascina moltissimo. è la conferma che non c'è un metodo rigido ma piuttosto delle infinite variazioni sul tema. nel tuo caso poila variazione si sdoppia lavorando in coppia con tua moglie. non so come possa essere fare lo stesso lavoro . non riesco a immaginare quando si passa da un ruolo alla'ltro fermo restando che ci deve un'enorme complicità. mi chiedo e ti chiedo se ci sono confini di ruoli o di momenti o se piuttosto è un unico flusso ininterrotto. per me che lavoro da solo, la riposta è quasi ovvia. non esco quasi mai dal flusso. coincido con il flusso.