lunedì, giugno 05, 2006

the realms of the unreal


In the Realms of the Unreal

La stanza diventa il mondo. L’altro mondo o il vero mondo. La porta che si chiude e lascia fuori ciò che non è gradito. Gratta con le unghie sul legno decrepito. La stanza ha una finestra che dà da qualche parte, i vetri sporchi offuscano la strada. La luce penetra sfocata e pallida, ma poi tanto di notte quando si apre l’altro mondo la luce è solo quella artificiale di una lampada piazzata sulla scrivania. Fogli dappertutto, impilati in mucchi alti e ingialliti. Anni di fogli, scritti a mano, scritti a macchina. Alla fine quando tutto sarà concluso, quando il corpo ottuagenario sarà morto, i signori Lerner, i padroni di casa troveranno quindicimila pagine scritte. È un unico romanzo di una guerra infinita tra due regni. The Story of the Vivian Girls, in What is Known as the Realms of the Unreal, of the Glandeco-Angelinnian War Storm, as caused by the Child Slave Rebellion È l’anche l’unico romanzo di Henry Darger. Ma in quella stanza di Chicago non c’erano solo fogli scritti. Quasi nascosti, ma comunque sempre ammucchiati c’erano gli acquerelli. Dipinti su fogli di cartone, spesso su entrambe le facciate. Raccontano ciò che le parole non erano sufficienti a raccontare. Battaglia campali, giardini bucoliche, bambini che corrono e che ridono, bambine che vengono suppliziate da adulti crudeli e senza dio. I terribili Glandaliniani rapivano i bambini e li rendevano schiavi, una società basata sul sopruso e il supplizio. Henry divenne orfano che era ancora piccolo. Aveva imparato a leggere da solo ma veniva considerato disturbato, destinato a un futuro di pazzia. Non aveva mai frequentato una scuola d’arte, forse nemmeno un corso per corrispondenza, quello seguito con furore e abnegazione da Elsie Chrisler Segar. Entrambi avevano la volontà dell’urgenza. Il disegno era una scelta obbligata. Quando entrava nell’altro mondo, il suo mondo, Darger portava con sé gli strumenti. Era la volontà guidata con l’ingegno che gli diceva come fare. Ricalcare, incollare, ritagliare, copiare, mischiare, fondere, replicare e poi colorare, colorare di tinte pastello, toni accesi, infiammati. Era una pratica magica. Questa è la magia alchemica. Henry Darger ha iniziato a frequentare l’altro mondo nel 1909 e l’ha fatto ininterrottamente per 65 anni. Di giorno lavorava, sempre occupazioni umili, quasi ai margini. Faceva pulizie, guardiano in istituti, ospedali, poi a messa sempre perché era molto cattolico e al ritorno indossava i paramenti e s’immergeva in quei regni dell’irreale che invece si appaiono così straordinariamente reale. Altre stanze, altri universi ma stessi mondi, quelli di dentro, verticali fino al limite estremo e magari oltre. È la pratica quotidiana e necessaria.
Henry Darger è entrato definitivamente nel suo regno nel 1973. qualche anno fa Jessica Yu ha realizzato un film documentario che monta, riassembla, anima i suoi scritti, i suoi acquerelli, aprendo un’altra porta di questo reame dell’irreale. Tra gli altri c’è anche la collaborazione di Chris Ware nei titoli di testa. Henry Darger si può trovare sparso in questo mondo. C’è anche a Bergamo in una mostra con altri artisti in qualche modo vicini. Oltre la ragione presso il Palazzo della ragione in una mostra a cura di Bianca Tosatti aperta fino al 2 luglio.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

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Anonimo ha detto...

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