venerdì, aprile 07, 2006

My own Blues. Incontrando Robert Johnson


Il blues non mi è mai piaciuto e forse anche per questo non mi sono sforzato nel cercare di capirlo. Una questione di frequenze sonore, brani che quando iniziavo ad ascoltare sapevo già come andavano a finire, la ripetività infinita. Per me il blues sempre stato il peggio dei Doors dal vivo, il peggio dei Rolling Stones, B.B. King enorme che dondolava sulla chitarra a D.J. Television (preistoria dei videoclip), la spocchia melensa di Eric Clapton. Ogni tanto qualcuno mi dava dei consigli per una buona discografia, quasi tutti mi invitavano ad avvicinarmi a John Lee Hooker, ma io niente imperterrito e irremovibile nel mio rifiuto. Così nella mia piccola collezione di vinile e di CD non compare nemmeno un disco di blues. O meglio di blues come viene etichettato e riposto negli scaffali dei negozi. Per me blues era ed è uno stato dell’anima e allora considero blues Nick Cave, Jeff Buckley, Tom Waits, Matt Johnson (The The), Mark Hollis (Tal Talk), Bruce Springsteen acustico (Nebraska), Chet Baker sia con la voce che con la tromba.
È così è stato per tutti questi anni.
Eppure i luoghi dove nasce il blues sono tra i miei luoghi letterari preferiti. Intensi, carichi di mistero, ricchi di fiabe nere di morte, d’amore e di sangue. Terre infinite attraversate da un fiume infinito. Ho letto Mark Twain in passato e lo sto rileggendo adesso, leggo del Texas orientale di Landsdale, mi sono immerso nella decadenza sonnolenta e polverosa delle pagine di Donna Tartt, vinto e avvinto da storie e atmosfere immaginandomi altre colonne sonore che non fossero mai di blues tradizionale.
Poi qualche tempo fa leggevo in treno sulla tratta Parma Bologna Tishomingo Blues di Elmore Leonard nella traduzione italiana di Wu Ming 1. Siamo dalle parti del Delta, caldo torrido, acqua, tuffi nelle piscine dei resort ultra kirsch e campagna. Il gangster dandy, questo Robert Taylor, nero di Detroit, dice a un certo punto:
- Se non conosci questo non conosci il blues.
Un suono ruvido di chitarra ritmica.
- Cazzo, ma di quand’è?
- Inciso settant’anni fa. Ascoltalo bene, questo è Charley Patton, la prima superstar del blues. Senti, qui, grezzo e duro, ti arriva bello potente! Questa è High Water Everywhere, parla dell’inondazione del ’27, che ha cambiato la geografia del Delta. Senti che dice:
“Volevo andare sulle colline ma la via era sbarrata”.
Respinto dalla legge. I terreni alti erano solo per i bianchi. Scrivevano canzoni su quello che gli capitava, sulla loro vita, su com’erano fottuti dalla legge o dalle donne che li lasciavano. Tutto sull’uomo e la donna, la vita nelle piantagioni, il lavoro nei campi, le catene ai piedi... Quest’uomo Charley Patton, col suo stile ha influenzato Son House, e Son House ha influenzato il più grande bluesman di tutti i tempi, Robert Johnson. Robert Johnson ha influenzato Howlin’ Wolf e tutta la scena di Chicago e questi ultimi hanno lasciato il loro marchio su tutti quelli venuti dopo. Compresi gli Stones, I Led Zeppelin, Eric Clapton.

È stato questo elenco a darmi la scossa. Non per i nomi degli artisti, che come ho già detto non rientrano nella mia hit parade, ma proprio per la scansione, per il ritmo, la storia, la leggenda che si viene a creare semplicemente elencando dei nomi, il passaggio, il canto che viene tramandato.
È dentro a questo elenco snocciolato con sentimento straordinario da Robert Taylor /Elmore Leonard che ho intravisto per prima volta il blues. L’ho sentito per la prima volta. Chiaro e forte.
Sono andato a comprarmi un CD di Robert Johnson. Ce ne sono diversi ma tutti con gli stessi brani. 29 canzoni riconosciute a cui se aggiungono delle altre sotto forma di frammenti, inediti ritrovati per un totale di 40 brani. Ho ascoltato Robert Johnson più volte. Mentre disegnavo, mentre continuavo a leggere Tishomingo Blues, mentre andavo a cercare notizie e testi su di lui. Mentre facevo altro o giravo per casa. Il mio blues quotidiano.
Anche se le incisioni sono molto vecchie e di scarsa qualità la voce ti entra dentro lo stesso, ti attraversa e affonda feroce. Alla fine ho capito che quella lentezza, implacabile che a volte si scuote con acuti improvvisi è il battito, il respiro. Il cuore che pulsa, i polmoni che respirano, la macchina della vita non è altro che il blues. Complimenti! Ci ho messo 40 anni a capire qualcosa. E forse siamo appena all’inizio. Magari un giorno mi piaceranno anche Eric Clapton e i Doors dal vivo. Per ora c’è Robert Johnson che poi ritorna anche in Tshomingo Blues e anche prossimamente su queste pagine.

12 commenti:

perec ha detto...

volevo andare sulla collina ma la via era sbarrata.

solo per questo mi viene voglia di ascoltare. sembra l'inizio di una storia di karen blixen. sembra magnifico.

Otto Gabos ha detto...

cara perec,
tu hai iniziato e io continuo. se ci va poissiamo andare avanti.

Mi guardo intorno per cercare un varco di accesso ma non ho fortuna. allora mi siedo su una pietra piatta e quasi liscia che sembra fatta apposta per me. ne approfitto per riposarmi dopo una lunga camminata. non fumo e non ho né da leggere né da bere. sono costretto mio malgrado a restare in mia compagnia. cè un rumore di fondo, un suono basso e persistente come di u motore lontano, aerei a elica, bombardieri sfuggiti da un altro film. è un bel suono che fa volume e rende meno piatto il panorama. quasi senza che me accorga comincio ad allineare la mia voce mormorata ai motori che marciano in volo. Mi piace molto.

Antonio ha detto...

Tutto, ma Eric Clapton no!
Poi magari riuscirai a convincerti anche che era un chitarrista... meglio il country, a quel punto (che e' tutto dire...).

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